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	<title>Alessandro Tartaglione</title>
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	<description>Il Blog di Alessandro Tartaglione</description>
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		<title>Cambiare tutto affinché tutto cambi. Buon 2012!</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 09:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Tartaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[featured article]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche anno fa l’amministrazione comunale di Marcianise commissionò uno studio alla C.Borgomeo &#38; C. (un’importante società di consulenza alle Imprese e di progetti di supporto alle Amministrazioni per programmi di sviluppo locale), sull’analisi di inquadramento territoriale e di valutazione del posizionamento competitivo del sistema territoriale di Marcianise. Uno studio a tutto campo, di enorme interesse, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.alessandrotartaglione.com/wp-content/montebuglio-4.jpg"><img class="size-full wp-image-638 alignleft" title="montebuglio-4" src="http://www.alessandrotartaglione.com/wp-content/montebuglio-4.jpg" alt="" width="280" height="186" /></a>Qualche anno fa l’amministrazione comunale di Marcianise commissionò uno studio alla C.Borgomeo &amp; C. (un’importante società di consulenza alle Imprese e di progetti di supporto alle Amministrazioni per programmi di sviluppo locale), sull’analisi di inquadramento territoriale e di valutazione del posizionamento competitivo del sistema territoriale di Marcianise. Uno studio a tutto campo, di enorme interesse, che fotografò lo stato globale del territorio marcianisano in termini di potenzialità, ma anche di negatività che facevano da freno allo sviluppo locale. Lo studio è stato elaborato nel 2003 ma ancora oggi conserva una sua importante valenza in termini sociali ed economici. Tra le negatività si metteva in risalto la grave compromissione ambientale e soprattutto la vera cappa allo sviluppo civile, economico e sociale: la camorra. Tra le positività, invece, oltre alla localizzazione strategica per l’insediamento di attività commerciali ed industriali, si poneva al primo posto la popolazione giovanile quale vero e proprio elemento strategico di sviluppo. In sostanza lo studio arrivava alla conclusione che nonostante i seri ostacoli che frenavano la crescita socioeconomica del territorio, la speranza era rappresentata dal fatto che la società marcianisana è costituita per la maggior parte da una fascia anagrafica molto giovane e questo rappresentava un elemento competitivo straordinario che doveva essere valorizzato dalle istituzioni locali. Il ragionamento che sta alla base dell’importanza della fascia giovanile all’interno di una comunità è il seguente: una società dominata, in termini quantitativi, dai giovani, dovrebbe essere più dinamica e aperta sia al cambiamento che al progresso. Al contrario,  invece, una società con una presenza di “meno giovani” preminente dovrebbe essere meno dinamica e, quindi, meno competitiva.</p>
<p>A quasi dieci anni da quello studio la situazione cittadina è cambiata sotto certi aspetti mentre continua a manifestare elementi di conservazione atavici che ne impediscono il salto di qualità. La novità sostanziale, per certi aspetti epocale, è quella che lo Stato ha dato prova di essere presente nel territorio aggredendo la criminalità organizzata attraverso una serie ininterrotta di successi sul piano della repressione. La magistratura e le forze dell’ordine hanno sostanzialmente messo in ginocchio i gruppi storici della camorra locale attraverso una serie di operazioni che si sono concretizzate in arresti e sequestri patrimoniali. Questo mutamento storico dell’atteggiamento dello Stato nei confronti di quello che viene considerato un vero e proprio cancro del meridione e quindi, anche del nostro territorio, non ha avuto, però, particolari attenzioni da parte della popolazione. Buona parte della città ha vissuto con indifferenza questa novità di sostanza più o meno come ha vissuto con poca reale attenzione, paradossalmente, anche il periodo delle faide di camorra quando quotidianamente si contavano i morti ammazzati. Da questo punto di vista una vera e propria coscienza civile di contrasto alla criminalità non è mai veramente maturata.</p>
<p>Per ciò che riguarda l’aspetto giovanile è da registrare una particolare dinamicità da parte di gruppi e associazioni tanto che, sempre più spesso, si parla di vero e proprio fenomeno. Si tratta di club, associazioni, comitati, persino gruppi di internauti, che, con o senza un luogo fisico in cui riunirsi, condividono passioni, interessi o semplicemente la voglia di stare insieme. Sono studenti, laureati, ma anche operai e inoccupati che hanno animato ed inventato ex novo eventi o attività di successo che a volte si sono propagati anche oltre i confini cittadini dando una rappresentazione positiva della città da sempre caratterizzata da un cliché obbligato e stantio. Ma malgrado questa dinamicità, dicevamo, e nonostante siano intervenuti aspetti eclatanti sul piano del ripristino della legalità, la città appare ancora ferma e incapace di avviare una nuova fase anzi, sotto l’aspetto politico c’è stato un evidente arretramento. In tutto ciò colpisce la mancanza di prospettive da parte proprio del mondo giovanile. Un mondo a cui una classe politica, assolutamente anacronistica ed in buona sostanza responsabile del degrado morale odierno, guarda a volte con indifferenza e più spesso con un interesse che non va oltre quello puramente elettorale. Il risultato di tale atteggiamento è devastante in termini di prospettive. I giovani guardano, più di ieri, all’abbandono del loro luogo natio come unica speranza di svolta per la propria esistenza. La gioventù marcianisana, che si mostra addirittura più dinamica e creativa rispetto ai propri coetanei dei territori circostanti, abdica completamente al ruolo che gli compete: quello di innescare momenti di progresso e sostanziali cambiamenti attraverso la partecipazione ai meccanismi decisionali. La stessa attività giovanile si manifesta in forme che sono ben lungi dallo sfiorare lo status quo ed il potere politico dominante, mentre i pochi giovani che scelgono la strada politica lo fanno preoccupandosi di mettersi sotto la scia ed il controllo diretto di vecchie cariatidi del potere locale il cui esclusivo compito è quello del gattopardesco motto: “Cambiare ogni cosa affinché tutto rimanga come prima”.</p>
<p>Ai giovani, vera speranza per questa città, si deve chiedere di più. I cambiamenti epocali del mondo moderno sono avvenuti attraverso una presa di coscienza da parte della  gioventù che ha inevitabilmente provocato mutamenti strutturali nelle società attraverso lo scompaginamento dell’organizzazione sociale precedente e la creazione di una società più giusta e con maggiori opportunità per tutti. Basti ricordare i giovani della Resistenza, quelli del ‘68 o anche l’attuale gioventù nordafricana. In un momento di così bassa reputazione delle classi politiche europee che ha provocato in Italia persino il commissariamento di un governo nazionale per una manifestata incapacità di guidare un grande ed importante Paese come il nostro, le nuove generazioni devono necessariamente fare un salto di qualità. A Marcianise, in particolare, ai giovani impegnati nell’associazionismo e nel sociale è demandato il compito di buttare il cuore oltre l’ostacolo ed impegnarsi direttamente in politica. A loro è richiesto di sfidare l’attuale società, ammuffita ed inerte, con le armi della spregiudicatezza e dell’anticonformismo che sono tipici delle nuove generazioni. Non importa con quale sigla, movimento o partito politico lo faranno, ciò che conta è che lo facciano con un solo obiettivo: cambiare tutto affinché T-U-T-T-O cambi.</p>
<p>Questo è il mio augurio per il 2012. Buon Anno!</p>
<p><strong><em>Foto gentilmente concessa da <strong>Gaetano Montebuglio</strong> – www.gmfotografia.it</em></strong></p>
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		<title>Presentazione libro “I Love Marcianise, maitant’” di Salvatore Delli Paoli</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 06:42:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Tartaglione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Featured Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Si chiude con la bellissima immagine del nostro straordinario Crocefisso in processione per le strade di Marcianise, questo libro di Alessandro Tartaglione, I love Marcianise maitant, che vuole essere un tentativo, secondo me riuscito, di riconnettere le ragioni di una comune identità in nome di una tradizione condivisa. E nulla come il Crocefisso di Marcianise [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiude con la bellissima immagine del nostro straordinario Crocefisso in processione per le strade di Marcianise, questo libro di <strong>Alessandro Tartaglione</strong>,<strong> I love Marcianise maitant</strong>, che vuole essere un tentativo, secondo me riuscito, di riconnettere le ragioni di una comune identità in nome di una tradizione condivisa. E nulla come il Crocefisso di Marcianise può essere invocato a richiamarla: quell’immagine parla al cuore di ogni marcianisano, anche il più distratto, anche il più giovane.<br />
Del resto questa dell’identità è la tematica essenziale del libro che Sandro Tartaglione ha confezionato raccogliendo i suoi interventi fatti sul suo blog o su <strong>Caffè Procope</strong>. Problema quanto mai attuale per una comunità, come quella di Marcianise che ha conosciuto lo iato di una frattura lacerante tra un mondo antico di tradizione agricola e quello moderno e contemporaneo di tutt’altra natura.<br />
Quest’ultimo, sovrapposto al primo senza alcun tentativo di mediazione, ha operato come una trasformazione epocale, travolgendo il tessuto edilizio, scardinando gli assetti economici, facendo vacillare i tradizionali valori culturali e spirituali che hanno segnato il tempo di una Marcianise che oramai non c’è più, nei luoghi, nel tempo, nello spazio, nel linguaggio.<br />
Nel 2002, in sede di presentazione di Ammurusebbola, una sorta di dizionario del dialetto marcianisano pubblicato dell’indimenticabile e mai troppo compianto <strong>Pietro Zinzi</strong>, presente nel volume di Alessandro Tartaglione con un ricordo dell’autore davvero molto affettuoso, dicevo questo proposito: “La trasformazione troppo profonda della natura della nostra comunità, che nel giro di un nulla (meno di un cinquantennio) ha radicalmente cambiato il suo essere, nel modo di vivere, di fare, di agire e naturalmente di parlare, ha determinato uno iato vistosissimo, ha creato un solco discriminante profondissimo, un discrimine che ci sembra quasi epocale, come se esistesse un prima senza un dopo, come se la mediazione non fosse ancora avvenuta ed ancora, in realtà, non è avvenuta. E non si tratta di una modificazione che abbia interessato la sola struttura economica, anche se è indubbio che essa ha prodotto gli effetti dì cambiamento più vistosi ed apprezzabili soprattutto a questo livello: nel corso del tempo ha inciso anche una trasformazione di natura culturale, si direbbe, di mentalità.<br />
La tradizione si è frantumata nella sua continuità storica e si è operato un salto, che con il succedersi delle generazioni, pur nel ristretto arco temporale, ha determinato una crisi di riconoscimento, un senso di vuoto, una lacuna dell’anima collettiva. Ci sentiamo così con le radici troncate, come un albero che non si lega più alla terra, come cittadini senza patria, se non quella del ricordo.”<br />
E invitavo le giovani generazioni a lavorare per “la sintesi, a colmare le disarmonie dei rapporti sociali, a rimediare ai tanti guasti di una trasformazione rapida ed incontrollata, che ha fatto esplodere questa città, in termini demografici, urbanistici, economici, sociali e culturali. Se questi due mondi saranno conciliati, e in ciò le classi mezzane di età hanno il difficile compito di lavorare per la mediazione e soprattutto, tra le classi mezzane, quelle che hanno la responsabilità della cosa pubblica locale, si ricreerà un tessuto comunitario armonico pronto a nuove sintesi e a nuovi innesti. E’ questo il lavoro culturale che spetta agli intellettuali di questa città che ci sono e sono di valore, solo che essi si impegnino a capire questa fondamentale esigenza, questa necessità di produrre una cultura che educhi e ammaestri e che non venga prodotta per la sola solleticazione del proprio orgoglio intellettuale”.<br />
Ecco Alessandro Tartaglione è uno di questi intellettuali che si sono assunti tale compito e con questo libro lo dimostra, a partire dal titolo davvero molto stimolante che io leggo come la necessità di presentare fin dalla titolazione la sintesi tra le due anime della città: così all’inglese I Love, che, potremmo dire, esprime la modernità, vedo associato, ad indicare la persistenza della memoria lontana, quello straordinario termine dialettale tipicamente locale Maitant, che vuole essere, se fosse possibile, una indicazione maggiore dello stesso superlativo: come dire lo amo Marcianise ancora più di moltissimo. Maitant, infatti, credo che venga dal latino magis, tantum, due avverbi fusi in una sola parola per indicare appunto una grandezza elevata al massimo grado.<br />
Così, scorrendo questo agile volumetto, scritto con stile avvincente e rapido, il mondo marcianisano lontano non è assente, anzi viene arricchito con l’entusiasmo della scoperta da parte di un giovane che non ne ha, per motivi di età, esperienza diretta, ma che lo riscopre, appunto, o attraverso il ricordo di quanto riferitogli dai suoi genitori o dai nonni, o di quanto acquisito tramite lo studio. In questo ambito si situano alcuni medaglioni come quello dedicato al ballo dell’urzo, o quello, che ho personalmente molto apprezzato, “Perché sono di sinistra”. Qui emerge una componente nel modo di rapportarsi con il passato che non edulcora, non si rifugia nella nostalgia, non descrive ambienti idillici: insidie che sovente sono presenti in tanta descrizioni o ricostruzioni della Marcianise di ieri. Si veda, ad esempio quel punto in cui in modo molto scarno Alessandro descrive le condizioni di vita di sua nonna “Mia nonna da ragazza si alzava alle 4 di mattina per recarsi a piedi fino ad Acerra e lavorare nei campi di canapa. Quando mi raccontava queste cose non c’era rancore nel suo sguardo, solo l’orgoglio di chi ha conosciuto la fame e l’ha saputa affrontare e superare”.<br />
Ma forse il testo che meglio esprime, secondo Alessandro Tartaglione, certi atteggiamenti mentali persistenti nella comunità marcianisana del passato è il pezzo dal titolo “Faticatori e sfaticati”, ove, nella prima parte, quando si parla dei faticatori, ci si diffonde nel sottolineare la natura del lavoro agricolo locale una vera e propria “fatica” alla quale, tuttavia non ci si sottraeva, se non in misura modesta da parte degli “ammaccavasule” del passato, qualche scioperato che nella sostanza non incideva, se non marginalmente, sul contesto generale che era quello di un mondo segnato dalla miseria e dalla tragedia della fatica quotidiana di rimediare il sufficiente per sopravvivere.<br />
C’è poi la parte che attiene più specificamente alla Marcianise di oggi con i suoi personaggi. Si va dall’ultimo ciabattino, <strong>Francesco Mezzacapo</strong>, meglio noto come zi Ciccio o scarparo, che in via Duomo perpetua una tradizione ormai morente, all’artista naif Antonio Mandarino, estroso interprete di un proprio originale mondo poetico, a Valentino, il ragazzo con il “chiodo” che nel 1984 arrivò a Sanremo, cantando le canzoni di Vasco Rossi. Una parte del volumetto Sandro Tartaglione la dedica ai giovani marcianisani che si interrogano sul loro futuro, costretti dalla situazione economica a vivere fuori della città natale, come quel Giuseppe Lasco che si rammarica di aver fatto poco, anzi nulla per la sua città, a cui Sandro Tartaglione rivolge parole accorte.<br />
Ma l’attenzione di Sandro si rivolge prevalentemente a quelli che restano e che lottano nel loro quotidiano, come quei giovani pugili che si costruiscono il futuro attraverso uno sport di fatica e di sacrificio. In questo mondo Tartaglione, che da qualche tempo è anche presidente dell’Excelsior Boxe di Marcianise, si trova pienamente a suo agio: quello del pugilato sembra essere un esempio vincente in cui riconoscersi, un mondo in cui traspaiono le migliori qualità della gente della nostra terra.<br />
E della nostra nobile terra sono espressione alta alcuni amici che purtroppo ci hanno lasciato-:<strong>Gianni Rollin</strong>, il fotografo e antropologo che aveva trovato a Marcianise, per così dire, una seconda patria, il già citato Pietro Zinzi e infine <strong>Gaetano Andrisani</strong>. A questi ultimi due, in particolare, Sandro Tartaglione dedica due ritratti davvero significativi, più affettuoso e amicale il primo, più ufficiale il secondo. E bene fa ad assicurare presso i lettori di questo volumetto, che mi auguro possano essere davvero tanti, il nome di questi due illustri personaggi di Marcianise che hanno speso buona parte della loro vita nell’amore per la propria città. Pietro Zinzi, al quale mi ha legato una lunga consuetudine di amicizia, è stato l’uomo che ha alimentato il dibattito culturale a Marcianise operando su di un versante popolare. Le sue cose migliori stanno infatti in quei libri nei quali si è occupato di storie e tradizioni popolari, che ha saputo ricreare e, in qualche caso illustrare anche visivamente, grazie alla sua capacità di pittore e disegnatore. In questo ambito la sua presenza è stata davvero significativa e importante. E tuttavia anche in quei testi nei quali esponeva tesi che a qualcuno potevano sembrare bizzarre, la sua funzione non è stata priva di significato e valore, in quanto è riuscito ad alimentare il dibattito e a muovere, come diceva, le acque morte della ricerca locale, indicando nuove direzioni, alcune percorribili, altre un po’ meno. lo l’ho amato ed apprezzato perché si esponeva senza ritegno, perché era sincero, perché era un amico.<br />
Di Gaetano Andrisani, Tartaglione sottolinea la prolifica produzione pubblicistica davvero sterminata. Gaetano Andrisani ha spaziato infatti da ambiti più strettamente attinenti, al giornalismo, alla ricerca e alla critica, a quelli specificamente creativi, dalla poesia, alla narrativa, al teatro, con una produzione che ci disegna la fisionomia di un intellettuale complesso difficile da riassumere in uno schema e in una valutazione d’insieme.<br />
In questa sede non posso tuttavia passare sotto silenzio il suo impegno pubblicistico e politico a favore di Marcianise e del suo territorio e riferirmi in particolare ai suoi studi anche recenti sulla storia religiosa e civile di Marcianise. In questo ambito si è espresso in maniera puntuale, mostrando uno straordinario amore per la sua terra e le sue tradizioni che voleva fossero mantenute con rigore: Marcianise gli è debitrice, come deve essere debitrice a Sandro Tartaglione per questo adorabile volumetto, che sono sicuro costituisce solo una tappa della sua carriera pubblicistica che gli auguro possa essere densa e piena di successi.</p>
<p><strong><em>Salvatore Delli Paoli</em></strong></p>
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		<title>La suggestione del Crocifisso di Marcianise</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 07:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Tartaglione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pensieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi pensava che la Festa del Crocifisso fosse divenuta né più e né meno che una normale festa di piazza, come ce ne sono tante in giro per lo stivale, anche quest’anno è stato smentito. Sì, perchè la Festa del Crocifisso è l’unico evento religioso che riesce a mettere insieme tutta la comunità, non solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">Chi pensava che la Festa del Crocifisso fosse divenuta né più e né meno che una normale festa di piazza, come ce ne sono tante in giro per lo stivale, anche quest’anno è stato smentito. Sì, perchè la <strong>Festa del Crocifisso</strong> è l’unico evento religioso che riesce a mettere insieme tutta la comunità, non solo cristiana, della città. Anche il più scettico dei cittadini che ha avuto modo di assistere alla processione e alla messa celebrata domenica 12 settembre in Piazza Umberto I, non potrà non ammettere che si è trattato di un evento sicuramente religioso, ma anche e soprattutto di fervore popolare. Per chi non avesse provato commozione, non può non condividere il fatto che il rito di ingresso della statua scolpita da <strong>Giacomo Colombo</strong> nella piazza simbolo di Marcianise, sia stato un momento assolutamente suggestivo. Una circostanza in cui tradizione e fede si fondono creando un cocktail di emozioni che solo una ritualità collettiva così antica e densa di significato può evocare. 300 anni e più di storia plasmano una comunità ed il simbolo della cristianità, il Crocifisso di Marcianise, diventa inevitabilmente qualcosa che va oltre la sua sacralità. Diventa l’essenza stessa di un popolo che si affida al suo protettore per superare anche questo difficile momento che spesso appare infinito, come un tunnel senza uscita.</div>
<div id="_mcePaste">Nulla accade per caso e se qualcuno ha letto un messaggio di speranza in quello che molto probabilmente può essere interpretato come un momento catartico in cui si liberano le ansie di ogni individuo, allora la divinità avrà compiuto la sua opera, la propria missione. I movimenti cadenzati degli accollatori, le urla indecifrabili degli astanti, le gestualità apparentemente irrazionali di alcuni fedeli: in una parola le antichissime ritualità tramandate di padre in figlio fanno della processione un evento assolutamente unico che si ripete da centinaia di anni e che raccoglie in un solo abbraccio nuove e vecchie generazioni, l’anello di congiunzione tra l’ieri e l’oggi.</div>
<div id="_mcePaste">In passato i marcianisani si sono affidati al Crocifisso per superare siccità, terremoti, colera e guerre. Oggi i cittadini chiedono normalità in una terra che spesso confonde la propria identità con eventi assolutamente estranei alla sua storia o comunque non rappresentativi dell’anima di questa gente, ma che troppo spesso finiscono per diventarne la sintesi, l’etichetta. Camorra, disoccupazione, degrado ambientale, decadimento morale: oggi come ieri il popolo di Marcianise chiede al Crocifisso di ripetere i miracoli del passato calpestando e scacciando via questo demone che si aggira da anni indisturbato per la città. Solo attraverso un sentire comune, intenso ed irripetibile, si può tentare di spiegare questo grande fenomeno collettivo che si cala sugli abitanti della città in occasione di questa festa ultrasecolare.</div>
<div id="_mcePaste">E allora si spiegano le lacrime, gli occhi lucidi, l’emotività che colpisce anche gli scettici ed i cuori più duri. C’è una spiegazione di fede ed una che potremmo definire laica. Se la prima è più facile da comprendere e la si interpreta attraverso l’amore del divino che accarezza gli uomini sulla terra, la seconda è più complicata e la si capisce solo annusando un popolo quando questo riesce a sentirsi tale. Sono rari, rarissimi i momenti come quelli di domenica scorsa e la gente di questa città dovrebbe fotografarli con la mente e conservarli insieme ai ricordi belli della propria avventura terrestre. Domani, quando l’effetto della commozione sarà terminato, potremmo utilizzare questi attimi riposti in un angolo del nostro cuore, per comprendere il fatto che non siamo soli, ma parte integrante di una comunità che si chiama<strong> Popolo di Marcianise</strong>. Se questo dovesse accadere, e tutti ce lo auguriamo, allora gran parte o tutti i problemi prima elencati diverranno ben presto solo un brutto ricordo ed il miracolo del Crocifisso si sarà di nuovo compiuto.</div>
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		<title>Gaetano Andrisani: “Nemo propheta in patria”</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 12:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Tartaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcune forze politiche ed anche esponenti della società civile di Gaeta si stanno adoperando affinchè una delle strade della città laziale venga intitolata al compianto Gaetano Andrisani. Il noto esponente del mondo culturale marcianisano, scomparso il 28 marzo scorso all’età di 82 anni, aveva conservato un rapporto di affetto profondo con la città di Gaeta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune forze politiche ed anche esponenti della società civile di <strong>Gaeta</strong> si stanno adoperando affinchè una delle strade della città laziale venga intitolata al compianto <strong>Gaetano Andrisani</strong>. Il noto esponente del mondo culturale marcianisano, scomparso il 28 marzo scorso all’età di 82 anni, aveva conservato un rapporto di affetto profondo con la città di Gaeta dopo che, giovanissimo cadetto della Marina Militare, aveva prestato proprio lì il servizio di leva negli anni Cinquanta. Giornalista, scrittore meridionalista, critico d’arte e studioso di storia patria, era molto conosciuto nella città del Golfo per la sua intensa e proficua attività culturale svolta in particolar modo con la pubblicazione della “<em>Gazzetta di Gaeta</em>” di cui per tantissimi anni fu direttore a partire dal 1973. Il legame con la città era talmente forte che aveva scelto questo luogo come meta fissa per villeggiare con la sua famiglia. Inoltre andava fiero del fatto che si chiamasse Gaetano, proprio come gli abitanti di Gaeta.<br />
Ma Andrisani, “<em>Bebè</em>” per gli amici, era amante, innanzitutto, della sua città natale. La <strong>Marcianise</strong> in cui affondavano le proprie radici ed a cui era legato da un immenso amore. Ne è dimostrazione la sterminata produzione letteraria e di ricerca storico-culturale prodotta durante tutta la sua esistenza. Dei sui scritti ricordiamo: <em>Spunti e ricerche per la Storia di Marcianise</em>,<em> Il Crocifisso di Marcianise</em>, <em>Contributi per la storia di Marcianise</em>, <em>Marcianise e Gaeta nel catalogo del Broccoli</em>, <em>Carme a Marcianise</em>, <em>Colomba di Gesù Ostia e Giacomo Gaglione</em>. La dedica che inseriva in quasi tutti i suoi scritti descrive bene tutta la sua passione per il sapere e per il nostro territorio: “A chi attraverso i miei libri impara a ben curare le patrie memorie”. La sua passione, appunto, erano i libri e la ricerca storiografica: per lungo tempo fu direttore della Biblioteca Comunale di Marcianise. Nella sua abitazione conservò una voluminosa collezione libraria. Migliaia di testi, molti dei quali di grandissimo pregio e rarità, riguardanti ogni genere letterario: scienze e letteratura, laicità e religione, tutte le religioni. Non aveva mai rinunciato a pubblicare i suoi numerosi libri lasciandoli “intonsi”, ossia non facendoli tagliare sui tre lati dalla sua casa editrice. Sosteneva che così il lettore doveva via via “aprire” le pagine e assaporarle, riproponendo l’antico rituale di far scorrere il tagliacarte lungo i bordi delle pagine, avanzando gradualmente verso l’ultimo rigo del volume. Gli amici, inoltre, raccontano che non ci volle poco per convincerlo ad abbandonare la sua vecchia macchina da scrivere e cominciare ad usare il computer per digitare i suoi saggi ed i suoi romanzi.<br />
Era il decano in assoluto dei giornalisti della Campania, fra i pochi iscritti al registro speciale del Ministero di Grazia e Giustizia prima che fosse fondato l’Ordine dei Giornalisti. All’inizio del 2009, in occasione della Festa di <em>San Francesco di Sales</em>, protettore dei giornalisti, l’Ordine Regionale dei Giornalisti, l’Assostampa di Caserta e la sezione casertana dell’Ucsi, gli conferirono un riconoscimento speciale alla carriera quale “<em>Senatore dei Giornalisti di Terra di Lavoro e della Campania</em>”.<br />
La prima volta, in vita mia, che ho visto il Professor Andrisani è stato quando da piccolo osservavo quel signore distinto, di altri tempi, che si sedeva sempre in una delle storiche poltrone del coro ubicate ai lati dell’altare del <strong>Duomo di Marcianise</strong>. Era una presenza fissa, la sua, durante tutte le solennità religiose perchè da lì amava partecipare alla messa nella sua chiesa preferita anche perchè devotissimo al <strong>Crocifisso</strong>. In seguito, quando cominciai a scrivere per il <em>Corriere di Caserta</em>, Andrisani mi inviava per posta tutta la sua pubblicazione libraria sempre accompagnata da lettere di stima scritte rigorosamente a mano.<br />
Profondo conoscitore della storia cittadina, conosceva i vizi ma soprattutto le virtù e le potenzialità di Marcianise. Fu sempre fiero difensore della città e resta memorabile il suo intervento durante un collegamento televisivo della Rai in Piazza Umberto I a seguito di una delle sanguinose faide di camorra. Spiegò, con decisione, che la camorra non era mai stata la cultura dominante a Marcianise, che la sua comparsa era assolutamente recente e concideva con l’avvento dell’industrializzazione. Con poche parole, argomentate ed efficaci, Andrisani, esperto giornalista, aveva approfittato della forte rilevanza mediatica che gli si presentava per difendere a spada tratta la sua città cercando di scrollarle di dosso quel marchio infame che gli era stato ingiustamente cucito addosso e che non rendeva onore alla vera Marcianise laboriosa ed onesta. In seguito, durante la mia breve esperienza di assessore alla cultura, mi prodigai per assicurare alla nostra biblioteca comunale un consistente numero di copie di una sua recente pubblicazione. L’ultimo ricordo che conservo di lui risale a dicembre 2009 quando, tramite un nostro comune conoscente, mi inviò due libri uno dei quali dedicato al poeta capodrisano <strong>Elpidio Jenco</strong>. Era già da tempo costretto a restare in casa per via della sua malattia che lo ha poi condotto alla morte.<br />
Ci sono 101 motivazioni per rendere onore ad un così illustre concittadino quale è stato Gaetano Andrisani. Se il Comune di Gaeta gli dovesse dedicare una strada, e Marcianise restasse a guardare, sarebbe l’ennesimo schiaffo che questa città darebbe ad un suo generoso figlio. Andrisani, così come è stato recentemente per un altro indimenticabile concittadino “innamorato” di Marcianise, <strong>Pietro Zinzi</strong>,  rischia di cadere ignobilmente nel dimenticatoio dopo aver dedicato una vita intera alla propria città. Un città, Marcianise, che troppo spesso fa valere l’assunto “<em>Nemo propheta in patria</em>“.</p>
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		<title>Faticatori e sfaticati</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 11:34:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Tartaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Per mio nonno, ma soprattutto per mio padre, esistevano solamente due categorie di uomini: i “<strong>faticatori</strong>” e gli “<strong>sfaticati</strong>”, ed in base a questa classificazione pesava la serietà delle persone. Alla prima categoria appartenevano quelli che si ammazzavano di fatica, quelli che dopo aver dedicato buona parte della giornata al lavoro ordinario, quello ufficiale, tornavano a casa e cominciavano da capo. La giornata finiva quando il giorno volgeva al tramonto, ed anche oltre, quando l’assenza della luce solare impediva loro di continuare a dedicarsi alle faccende domestiche. Si trattava di gente umile che dedicava l’intera propria esistenza a costruire un futuro solido per se stessi e garantire il benessere alla propria famiglia, a partire dai figli. Persone fin da piccole abituate a travagliare, ad imparare più di un mestiere in grado di dar loro una possibilità in più, qualora le vicende della vita ne avessero presentato la necessità. Va da sé che per miei avi i “faticatori” erano persone oneste ed abituate a lavorare anche più del dovuto pur di campare secondo le regole del vivere civile. Uomini e donne che godevano del rispetto della comunità, autorevoli, leali e al di sopra di ogni sospetto.<br />
Alla categoria degli “sfaticati”, invece, appartenevano tutti coloro che amavano vivere alla giornata senza troppo preoccuparsi del proprio futuro, né di quello della loro eventuale famiglia. Persone che da ragazzi preferivano perder tempo fuori ai bar o come si diceva all’epoca ad “<em>ammaccare le vasule</em>”. Non avendo studiato né imparato alcun mestiere, si presentavano in tarda età al mercato del lavoro come semplici manovali senza né arte né parte oppure ad elemosinare uno stipendio al potente di turno. Questo modo irresponsabile di affrontare la vita si rifletteva poi anche sui figli che ereditavano la trasandatezza dei loro genitori aggravando ancor più la propria condizione esistenziale. E’ inutile dire che essere etichettato come uno “sfaticato” significava essere messo al bando della società perché considerato alla stregua di un delinquente. Anzi il confine era considerato così labile che sfaticato era usato come sinonimo addirittura di ladro.<br />
Per mio nonno, e per la civiltà contadina in cui affondava la sua educazione, la disoccupazione non esisteva e qualora la fame diventava davvero nera, come accadde prima e dopo le due guerre mondiali, allora si riempiva la valigia di cartone con quattro panni e si partiva a cercar lavoro alla volta dell’America, dell’Australia, dell’Argentina, della Svizzera, della Germania, del Belgio o della Gran Bretagna. La dignità dell’uomo veniva per prima e gli anziani erano considerati dei saggi a cui è dovuto il massimo del rispetto. Se un bimbo o un ragazzo si comportava male, un adulto, anche se sconosciuto, si sentiva in dovere di redarguirlo ed il genitore eventualmente accondiscendeva e ne rafforzava l’ammonimento.<br />
Oggi la scala di valori sociali si è perfettamente rovesciata. Quelli che erano definiti “faticatori” sono etichettati come “<strong>fessi</strong>” e gli “sfaticati” si chiamano “<strong>buoni</strong>”. Questi ultimi sono il modello a cui si propende sin dall’infanzia e a loro si insegna ad ottenere il massimo risultato facendo il minimo sforzo. Il successo a tutti i costi è visto come massima aspirazione ed il suo raggiungimento può passare anche a discapito del benessere degli altri. I “buoni” sono quelli che raggiungono fama e ricchezza anche se calpestano la dignità degli altri, i “fessi”. Inutile parlare degli anziani, considerati come degli interdetti o tuttalpiù delle inutilità sociali.<br />
Rimpiangere un assetto sociale come quello del recente passato non significa affatto rifiutare il progresso. Una società che si evolve deve propendere verso il miglioramento generale dello status quo a partire dalla sua stessa organizzazione. Il progresso ed il conseguente benessere economico attuale non può giustificare lo scompaginamento del sistema di valori e la cancellazione di un equilibrio sociale che presentava elementi di evoluzione in molte parti assimilabili a diverse società emancipate del Nord Europa. Un sistema di controllo sociale e di rispetto dell’individuo che per affinarsi aveva dovuto fare i conti con secoli e secoli di perfezionamento e che la società moderna ha spazzato via drammaticamente.<br />
Rimarrebbe confuso mio nonno se si trovasse a vivere nell’odierna realtà e confesso che anch’io mi sento spesso disorientato. Una volta sarei stato disposto a fare pazzie pur di difendere la mia idealità, oggi mi accontento di mantenere la barra dritta e navigare zigzagando nella quotidiana tempesta delle mediocrità. Quando fortunosamente ho il piacere di incontrare persone serie e leali mi ci attacco morbosamente cercando di conquistare e meritare la loro amicizia. Non sono rassegnato perché di indole sono ottimista e rifiuto il catastrofismo perché sono stato abituato sin da piccolo a lottare. Sono convinto che niente sia definitivo e ciò che oggi ci appare come una logica risolutiva ed inevitabile può essere improvvisamente e clamorosamente ribaltato. La disonestà, il pressapochismo, la mediocrità, la furbizia sono contagiosi al pari dell’onestà, la lealtà e la coscienziosità. Basta crederci e non arrendersi, mai.</p>
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