“Le Tre Fate”: ecco la bella fiaba di Giambattista Basile, autore de “Lo cunto” ambientata a Marcianise

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Non tutti sanno che una delle fiabe de “Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille”, “Le Tre Fate”,di Giambattista Basile è stata ambientata a Marcianise. L’opera di Basile (1634-1636), scritta in lingua napoletana, fu pubblicata dopo la sua morte per interessamento della sorella dell’autore, la celebre cantante Adriana BasileLo Cunto de li Cunti rappresenta uno dei libri più significativi del barocco letterario italiano: una raccolta di cinquanta fiabe di origine popolare, raccontate nel corso di cinque giornate. Per la sua complessa struttura e il suo linguaggio teatrale “Lo cunto” si ispira alle tradizioni del racconto popolare muovendosi tra le regole della commedia dell’arte e del racconto rituale, oltre che delle novelle medioevali.

Negli ultimi decenni forte è stato il tentativo di storici e letterati di rivalutare e riproporre questo capolavoro della letteratura popolare campana anche perché ha saputo ispirare moltissimi scrittori ed autori di fiabe più moderne fino ad arrivare ai giorni nostri. Il personaggio di Cenerentola, ad esempio, descritto nel racconto dello scrittore francese Charles Perrault, era stato materia di una delle fiabe più note di Basile, “La gatta cenerentola“, anch’essa inclusa ne “Lo cunto”. Nel 1976 quest’ultima è diventata un’opera teatrale in tre atti, riscritta e musicata dal regista teatrale, compositore e musicologo napoletano Roberto De Simone. Le fiabe di Basile ispirarono i fratelli Grimm che, pubblicando nel 1822 il terzo volume dei Kinderund Hausmärchen, vi dettero un posto di grandissima rilevanza. Molte di queste storie sono state mutate in immagini dalla fantasia e la creatività di WaltDisney, considerato il padre dei film moderni di animazione. La storia di un gatto sapiente che aiuta un poveruomo a far fortuna, resa famosa da “Il gatto con gli stivali” di Johann Ludwig Tieck (1773-1853) che a sua volta l’aveva ripresa da Perrault, la ritroviamo sempre ne “Lo cunto” con la fiaba “Cagliuso“. Il filosofo e letterato napoletano Benedetto Croce pubblicò nel 1924 l’opera del Basile con il titolo Pentamerone traducendola in italiano (spesso censurando le parti più cruente), definendo nella premessa la raccolta come “il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari”. Infine, assolutamente da ricordare “Il racconto dei racconti – Tale of Tales”, la pellicola a episodi del 2015, diretta dal pluripremiato regista romano Matteo Garrone, vincitrice di sette David di Donatello. Il film è composto da tre diversi episodi liberamente tratti da altrettanti racconti de “Lo cunto de li cunti”: “La cerva”, “La pulce” e “La vecchia scorticata”.

Giambattista Basile, che utilizzò spesso lo pseudonimo anagrammatico di Gian Alesio Abbattutis, nacque e morì a Giugliano in Campania (15 febbraio 1566 – 23 febbraio 1632). Conosceva molto bene il territorio marcianisano (nel 1626 Basile fu nominato governatore della città di Aversa), che si presentava all’epoca come un piccolo borgo dell’agro capuano, tanto da decidere di ambientare un suo racconto a Marcianise. A me piace pensare che abbia raccolto questa storiella attingendola proprio dalla tradizione orale popolare della nostra città.

Di seguito il racconto “Le Tre Fate”: trattenemiento decimo de la iornata terza (traduzione italiana di Benedetto Croce)

Cicella, maltrattata dalla matrigna, riceve doni da tre fate; e quella, invidiosa, fa andare alle fate la figlia sua, che ne riporta, invece, scorno. Manda allora Cicella a guardare porci, e un gran signore s’innamora della giovane e vuole sposarla; ma, per malizia della matrigna, gli è data in cambio la figlia brutta, e la figliastra è messa in una botte per farla cuocere con l’acqua bollente. Il signore scopre il tradimento e mette nella botte l’altra; sopravviene la madre, che la spolpa versandole sopra l’acqua calda, e poi, scoperto l’errore , si ammazza.

C’era una volta nel casale di Marcianise una vedova, chiamata Caradonia, che era la mamma dell’invidia, e non poteva mai veder capitar bene a qualche vicina che non le si facesse un nodo alla gola; non udiva mai la buona sorte di qualche persona di sua conoscenza, che non la prendesse di traverso; né mirava mai femmina o uomo contento, che non le venisse l’angina. Aveva essa una figliuola chiamata Grannizia, che era la quintessenza dei cancheri, il primo taglio delle orche marine, il fior fiore delle botti crepate, con la testa pidocchiosa, i capelli scarmigliati, le tempie pelate, la fronte di mazzuolo, gli occhi gonfi, il naso a bernoccoli, i denti incalcinati, la bocca di cernia, il mento a forma di zoccolo, la gola di pica, le poppe a bisacce, le spalle a vòlta, le braccia ad aspo e le gambe a uncino; e, insomma, da capo a piede era una degna versiera, una squisita peste, un vero accidente, e, soprattutto, nanerottola, anitroccola, mostricciattolo; e, con tutto ciò, scarafaggino a mamma sua pareva bellino.
Ora accadde che questa buona vedova si rimaritò con un certo Micco Antuono, ricco massaro di Panicocoli (Villaricca ndr), che era stato due volte baglivo e sindaco di quel casale, stimato assai da tutti i panicocolesi, che ne facevano gran conto. Aveva Micco Antuono dal suo canto una figlia, chiamata Cicella, che non si poteva vedere cosa più bella e mirabile al mondo. Possedeva un occhio amoroso che ti affatturava, una boccuccia baciarella da mandare in estasi, una gola di fior di latte che fa- ceva sdilinquire la gente; ed era, insomma, cosi succosa, saporita, giocherella e leccherella, e aveva tanti vezzi, carezze, moine e tenerezze, che svelleva i cuori dai petti. Ma a che tante parole? basta dire che pareva fatta col pennello, ché, a esaminarla, non vi trovavi una pecca.
Caradonia, vedendo che Cicella, al paragone della figlia, si mostrava come un cuscino di velluto in quaranta accanto a uno strofinacciolo di cucina, uno specchio di Venezia accanto a un culo di pentola unta, una fata Morgana di fronte a un’Arpia, cominciò a guardarla con cipiglio e a tenerla in gola. Né la cosa fini qui, perché rompendosi fuori la postema fonnatasi nel cuore, e non potendo essa stare più sospesa alla corda, prese a tormentare a carta scoperta la mal capitata giovane. Alla figlia faceva vestire gonna di saia frappata e corpetto di seta, alla misera figliastra i peggiori cenci e stracci della casa; alla figlia dava pane bianco di semolino, alla figliastra croste di pane duro e muffito; la figlia faceva stare come l’ampolla del Salvatore, la figliastra faceva su e giù a scopare la casa, a stropicciare i piatti, a rifare i letti, a lavare i panni sudici, a dare il cibo al porco, a governare l’asino e a gettare il buon prò vi faccia. E a tutte queste cose la buona giovane, sollecita e diligente, accudiva con gran premura, non risparmiando fatica per dar nell’umore alla malvagia matrigna.
Volle la buona sorte che, andando la poveretta un giorno a gettare l’immondizia fuori di casa a un luogo dov’era un gran dirupo, le cadde giù il corbello; e, mentre essa ricercava con l’occhio come potesse azzeccarlo da quel fondo, che è, che non è? vide un coso scontraffatto, che non sapeva se era l’originale di Esopo o la copia del brutto pezzente Era un orco che aveva i capelli come setole di porco, neri neri, che gli ricadevano fino ai malleoli; la fronte grinzosa in cui ogni piega pareva un solco fatto dal vomero; le sopracciglia arruffate e pelose, gli occhi infossati e pieni di quella tal cosa che parevano botteghe sudice sotto due grandi sporgenti di palpebre; la bocca storta e bavosa, dalla quale spuntavano due zanne come di cignale; il petto tutto bernoccoli in un bosco di pelame da poterne riempire un materasso; e, soprattutto, alto di gobba, grande di pancia, sottile di gamba, storto di piede; sicché vi faceva scontorcere la bocca per lo spavento.

Cicella, tuttoché vedesse una mala ombra da spiritare, facendo buon animo, gli disse: «Uomo dabbene mio, porgimi quel cestello che m’è caduto: ch’io ti possa veder prendere una moglie ricca ricca!». L’orco rispose: «Vien qua, giovane mia e prenditelo». E la buona ragazza, afferrandosi alle radici, aggrappandosi ai sassi, tanto s’industriò che discese. E, in fondo al precipizio, che cosa mai trovò? Tre fate: una più bella dell’altra. Avevano i capelli d’oro filato, le facce di luna in quintadecima, gli occhi che parlavano, le bocche che facevano citazioni, a tenore di contratto, per essere soddisfatte di baci inzuccherati. Che più? una gola delicata, un petto morbido, una mano pastosa, un piede tenerino, e tale una grazia, insomma, che era onorata cornice a tante bellezze. Le fate fecero a Cicella tante carezze e gentilezze che non si potrebbero immaginare; e, presala per mano, la condussero a casa loro, in quella grotta dove avrebbe potuto abitare un re di corona, e la fecero sedere su tappeti turcheschi e cuscini di velluto piano con fiocchi di canapa. Posero poi l’una dopo l’altra le loro teste in grembo a Cicella e vollero che le ravviasse; e mentre essa, con un pettine di corno di bufalo lucente, faceva l’opera sua, le domandarono: «Bella giovane mia, che trovi in questa testolina?». Ed essa, con un bel garbo, rispondeva: «Vi trovo lendinelli e pidocchini, perle e granatini». Piacque alle fate la buona creanza di Cicella, e queste magne femmine, intrecciatesi i capelli che s’erano disciolte, la condussero in giro con loro, mostrandole a mano a mano tutte le meraviglie che erano in quel palazzo fatato: scrigni con bellissimi intarsi di castagno e di carpino, col coperchio di pelle di cavallo e le piastre di stagno; tavole di noce, lucide da specchiarvisi; riposti con castelletti di scodelle, che ti abbagliavano; tende di panno verde infiorato; sedie di cuoio con le spalliere; e tanti e tanti altri sfoggi che ogni altro, al vederli, sarebbe rimasto incantato. Ma Cicella, come non fosse il fatto suo, mirava le grandezze di quella casa senza gridare al miracolo, e senza ah! e uh! da villano. In ultimo, la fecero entrare in una guardaroba, piena zeppa di vestiti lussuosi, e le fecero vedere gamurre di teletta dello spagnuolo, robe con maniche a prosciutto di velluto a fondo d’oro, coperte di cataluffo guarnite con puntini di smalto, moncili di taffettà in tralice, frontali di fioretti naturali, e gingilli a foglie di quercia, a conchiglia, a mezzaluna, a lingua di serpente, grandiglie con puntali di vetri turchini e bianchi, spighe di grano, gigli e pennacchiere da portare sul capo, granatene di smalto con incastri d’argento, e mille altre figurette e cianciafruscole da portare appese alla gola; e le dissero di scegliere a voglia sua e prendere a piene mani di quelle cose. Ma Cicella, che era umile com’olio, lasciando stare le cose di maggior valore, tolse una gonnella sfilacciata, che non valeva tre calli. E le fate, a veder ciò, le domandarono: «Per quale porta vuoi uscire, grazietta cara?». Ed essa abbassandosi a terra e quasi stropicciandovisi tutta, disse: «Mi basta uscire per la stalla». Allora le fate, abbracciandola e mille volte baciandola, le misero un vestito magnifico, tutto ricamato d’oro; le acconciarono la testa alla scozzese, a canestretta e con tanti nastri e fettucce, che vedevi un prato di fiori, il tuppo a perichitto con l’imbottitura e le treccette pendenti; e l’accompagnarono fino alla porta, ch’era d’oro massiccio con la cornice incrostata di carbonchi. Qui le dissero: «Va’, Cicella cara, che ti possiamo vedere ben maritata; e, quando sei sotto quella porta, alza gli occhi, e vedi che cosa vi è sopra». La giovinetta, fatta una bella riverenza, si parti; e, come fu sotto l’arco della porta, levò la testa e le cadde una stella d’oro sulla fronte, ch’era una cosa bellissima. Stellata, dunque, come un cavallo, e linda e pinta, andò innanzi alla matri- gna, raccontandole da cima a fondo quanto le era accaduto. Ma il racconto fu una botta alla testa per quella femmina invidiosa, la quale non ebbe requie, e presto presto, fattosi indicare il luogo delle fate, vi avviò quella cernia di sua figlia. La quale, giunta al palazzo incantato e trovate quelle tre gioie di fate, quando le dettero a ravviare i capelli e le domandarono che cosa vi trovasse, rispose: «Pidocchi, che ognuno è quanto un cece, e lendini (uova di pidocchi ndr), che ognuno è grosso quanto una cucchiara». Ebbero le fate stizza e dispetto pel modo zotico della brutta villana, e, conoscendo dal mattino la mala giornata, pure dissimularono e la condussero nella stanza delle cose di lusso, dicendole di scegliere il meglio. Grannizia, vedendosi offrire il dito, si prese tutta la mano, e afferrò la più bella guamacca (veste ndr) che fosse in quegli armadi. Le fate, a queste villanie, l’una sull’altra, restarono interdette; ma tuttavia vollero vedere fino a qual segno sapesse giungere, e le fecero la domanda: «Per quale porta hai piacere di uscire, o bella ragazza? per la porta d’oro o per quella dell’orto?»; ed essa, con una faccia da punteruolo, rispose: «Per la migliore che c’è». Le  fate, vista la presunzione della donnicciuola, non le dettero nemmeno un pizzico di sale, e la rimandarono con l’istruzione: «Quando sarai sotto la porta della stalla, leva la faccia al cielo e vedi che ti viene». E quella usci tra il letame, e, alzata la testa passando sotto la porta, le cadde sulla fronte un testicolo d’asino, che si apprese alla pelle e pareva una voglia venuta alla madre quando era incinta di lei. Con questo bel guadagno, mogia mogia, tornò a Caradonia, la quale, al vederla e all’udire il racconto, gettò schiuma dalla bocca, e, rabbiosa come una cagna che ha partorito, fece subito spogliare Cicella, l’avvolse in un sozzo panno e la mandò a guardare i porci, mentre con gli abbigliamenti di lei infronzolì la figliuola.

Cicella, con flemma grande e con una pazienza da Orlando, sopportò la trista vita a cui era stata assegnata. O crudeltà da muovere le pietre della strada, che quella bocca, degna di proferire concetti d’amore, fosse sforzata a suonare un corno e a gridare: «Cieco-cieco, enze- enze!»; che quella bellezza, degna di stare tra proci, fosse posta tra porci; che quella mano, degna di tirare per la cavezza cento anime, si cacciasse avanti con una bacchetta cento scrofe: malannaggia ai vizi di chi la comandò a questi boschi, dove, sotto la tettoia delle ombre, la Paura e il Silenzio stavano a ripararsi dal Sole! Ma il Cielo, che calpesta i presuntuosi e solleva gli umili, fece che capitasse colà un signore di alto grado, chiamato Cuosemo; il quale, a vedere tra il fango un gioiello, tra i porci una fenice, e tra le nuvole rotte di quei cenci il Sole splendente, ne rimase preso cosi forte che mandò a domandare chi essa fosse e dove abitasse. E, appena avute queste notizie, si presentò alla matrigna e gliela richiese per moglie, promettendo di controdotarla di millanta ducati. Caradonia mise subito l’occhio sul partito che si offriva, pensando a sua figlia; e perciò rispose a Cuosemo che tornasse sul far della notte, perché, intanto, voleva invitare i parenti. Quegli andò via tutto giubilante, e gli parve ogni ora mille anni che il Sole si coricasse al letto d’argento, preparatogli dal fiume dell’India, per coricarsi a sua volta con quel Sole che gli ardeva il cuore. E l’altra, in quel mezzo, ficcò Cicella in una botte e ve la chiuse con disegno di darle una bollitura; e, giacché essa aveva abbandonato i porci, con l’acqua calda lessarla come si fa del porco. L’aria era imbrunita e il cielo era diventato simile a bocca di lupo, quando Cuosemo, che aveva il parosismo e moriva dalla brama, per dare con una stretta alle amate bellezze un po’ di largo all’appassionato cuore, avviandosi con grande esultanza verso la casa di lei, diceva: «Questa è l’ora appunto di andare a incidere l’albero, che Amore ha piantato in questo petto, per farne sgorgare manna di dolcezze amorose! Questa è l’ora appunto di scavare il tesoro, che la Fortuna mi ha promesso! Perciò, non perder tempo, o Cuosemo: quando ti è offerto il porcello, corri con la cordicella! O notte, O felice notte, o amica degli amanti, o anima e corpo, o pentola e mestolo d’Amore, corri corri a precipizio, perché sotto la tenda delle ombre tue io possa ripararmi dal calore che mi consuma!». Giunse, con questi pensieri, alla casa di Caradonia, e, in luogo di Cicella, trovò Grannizia, un barbagianni in cambio di un cardellino, un’erba porcacchia in luogo di una rosa sbocciata: la quale, sebbene si fosse messa le vesti di Cicella, e sebbene si dica: «Vesti Ceppone, che pare barone», con tutto ciò pareva uno scarafaggio in una tela d’oro; né i conci, gli empiastri e gli stiramenti e lisciamenti, fattile dalla madre, avevano potuto toglierle la forfora dalla testa, le cispe dagli occhi, le lentiggini dalla faccia, il calcinaccio dai denti, i porri dalla gola, le pustole dal petto e la sozzura dai talloni; e l’afa putida della sentina si sentiva lontano un miglio. Lo sposo, vedendo questa sembianza, non sapeva che cosa gli fosse accaduto; e, dato indietro come all’apparir del diavolo, disse fra sé e sé: «Sono svegliato o mi sono calzato gli occhi alla rovescia? Son io o non son io? Che cosa vedo? Sciagurato Cuosemo, ti è stata rovinata la barca! Questa non è la faccia che stamattina mi ha afferrato per la gola; questa non è l’immagine che mi è rimasta dipinta nel cuore. Che vuol dir ciò, o Fortuna? Dove, dov’è la bellezza, l’uncino che mi aggranfiò, l’argano che mi tirò, la freccia che mi trapassò? Sapevo bene che né femmina né tela a lume di candela; ma questa io me l’accaparrai a lume di sole. Oimè, che l’oro di stamattina mi si è, stasera, mutato in rame e il diamante in vetro!». Queste altre parole mormorava tra i denti; pure, alla fine, costretto dalla necessità, dié un bacio a Grannizia, ma come se baciasse un vaso antico, ché avvicinò e scostò più di tre volte le labbra prima di toccare il muso della sposa; alla quale accostatosi, gli parve di trovarsi alla marina di Ghiaia, la sera, quando quelle magne femmine portano tributo al mare d’altro che di odori d’Arabia. E, poiché intanto il Cielo, per parer giovane, si era fatta la tinta nera alla barba bianca, e la terra di questo signore era molto distante, egli fu costretto a portarsi la sposa a una casa poco lontana dai confini di Panicocoli, dove, acconciato un saccone sopra due casse, si coricò con lei.
Ma chi può dire la mala notte che passarono l’uno e l’altra? che, quantunque fosse di estate e non giungesse a otto ore, pure parve loro più lunga della più lunga notte dell’inverno. Dalla sua parte, la sposa, irrequieta, tossiva, si spurgava, tirava qualche calcio, sospirava e, con parole mute, chiedeva il censo della casa affittata; ma Cuosemo faceva finta di russare e tanto si ritirò sulla sponda del letto per non toccare Grannizia, che, mancatogli il saccone, cadde sopra un o- rinale, e la cosa riuscì a puzzo e vergogna. Oh quante volte lo sposo bestemmiò i morti del Sole, che indugiava tanto per tenerlo più lungo tempo sotto quel pressoio! Quanto pregò che la Notte corresse a precipizio, rompendosi il collo, e le stelle sprofondassero, per togliersi da canto, con la venuta del giorno, quel brutto giorno! Ma non così presto l’Alba uscì a cacciare le gallinelle e svegliare i galli, egli saltò dal letto, a stento si appuntò le brache e andò di corsa alla casa di Caradonia per rinunziarle la figlia e pagamele l’assaggio con un manico di scopa. Non la trovò nell’entrare, ché era andata al bosco per un fascio di legna con l’intento di mettere al fùoco l’acqua per bollire la figliastra; la quale stava tappata dentro la tomba di Bacco, laddove meritava di essere esposta nella culla d’ Amore. Cuosemo, cercando invano Caradonia per la casa, e vedendo che era sparita, cominciò a gridare: «Olà, dove state?». Ed ecco che un gatto soriano, che covava la cenere, all’improvviso mandò una voce: «Gnao-gnao! tua moglie è dentro la botte, chiusa e inchiodata: gnao-gnao!». Cuosemo si accostò alla botte e senti un certo lamentio cupo e fioco; onde, presa subito un’accetta che era appesa presso il focolare, sfasciò la botte, e il cader giù delle doghe parve il cader della tela di una scena, sulla quale una Dea si avanzi a recitare il prologo. Non saprei dir come, a tanto splendore, Cuosemo non cascasse morto di colpo; ma stette per un certo tempo come chi ha visto il monachetto (spiritello ndr), e poi, tornato in sé, corse ad abbracciare Cicella, interrogandola affannosamente: «Chi ti aveva posto in questo triste luogo, o gioiello del mio cuore? Chi mi ti aveva nascosta, o speranza della mia vita? Che cosa è questa? La leggiadra colombella in una gabbia di cerchi? e venire, invece di lei, al fianco mio, l’uccello grifone? Come va questo fatto? Parla, boccuccia mia bella; consola questo spirito, lascia sfogare questo petto!». Cicella gli raccontò tutto l’accaduto, senza lasciarne un iota, quanto aveva in passato sofferto in casa dal giorno che la matrigna vi mise piede, via via fino al momento che, per toglierle la vita, l’aveva sotterrata in una botte. Udito ciò, Cuosemo la fece rimpiattare dietro la porta; e, rimessa insieme la botte, andò a chiamare Grannizia e ve la ficcò dentro, dicendole: «Sta’ qui un po’, tanto ch’io faccia eseguire un incantamento, affinché i mali occhi non ti possano nuocere». Poi, abbracciata Cicella, la levò su un cavallo e se la portò a Pascarola, che era la terra sua. Tornata Caradonia con una gran fascina, accese un gran fuoco e vi pose sopra una grande caldaia d’acqua; e, quando l’acqua cominciò a bollire, la versò attraverso il buco nella botte e spolpò tutta la figlia, che digrignò i denti come se avesse mangiato l’erba sardonica, e le si staccò la pelle come al serpente, allorché getta la scoglia. E, quando giudicò che Cicella avesse steso i piedi, ruppe la botte. Ma, trovando invece (ahi, vista! ahi, conoscenza!) la propria figlia cotta da una cruda madre, si strappò le ciocche, si graffiò la faccia, si picchiò il petto, batté le mani, cozzò con la testa contro i muri, pestò i piedi a terra, e fece tanto lutto e piagnisteo che vi accorse tutto il casale. E, poi ch’ebbe fatto e detto cose dell’altro mondo, che non bastarono conforti a consolarla né consigli a mitigarla, andò di corsa a un pozzo, e colà zuffete, con la testa in giù, si ruppe il collo, mostrando quanto sia vera quella sentenza: Chi sputa in cielo, gli ritorna in faccia.

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