Vite maritata, l’antica coltivazione e la vendemmia dell’uva fragola a Marcianise: tradizione da salvare e valorizzare

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Uva Fragola a Marcianise – Foto 2015

E’ di poche settimane fa la notizia che al Consiglio della Regione Campania è stata depositata una proposta di legge che va nella direzione della tutela delle cosiddette alberate aversane e delle viti maritate a pioppo presenti nei comuni tra la provincia di Caserta e quella di Napoli. La proposta prevede l’istituzione di un preciso vincolo ambientale e la programmazione di misure economiche concrete per l’accesso ai finanziamenti da parte dei produttori agricoli. Mi sento di sostenere fortemente questa proposta che punta a tutelare e valorizzare il nostro territorio, in particolar modo il paesaggio agreste, oltre a salvaguardare una delle tradizioni più caratteristiche e amate del nostro territorio che ha subito negli ultimi 50 anni sconvolgimenti straordinari per via di una presenza, spesso selvaggia, di industrie e infrastrutture.
La vite maritata, in particolare, era propria di una agricoltura basata sulla millenaria economia di sussistenza, nella quale l’agricoltore lavorava per l’autosufficienza ed il consumo agricolo diretto. La coltivazione di questa vite prevede la presenza di un tutore. Nell’antichità i contadini usavano come tutore un albero vivo (vite maritata). Gli Etruschi svilupparono questa tecnica di coltivazione con due varianti: l’alberata, dove la vite è tenuta legata ad un singolo albero, e la piantata, dove le viti, legate ad alberi disposti in filari, sviluppano i loro rami lungo funi o fili di ferro (“fierr e tennecchia”) legate tra i vari alberi. Interessanti esempi di alberate sono oggi ancora presenti in alcuni coltivazioni del Cilento. Cospicui esempi di piantata sono, invece, frequenti nel casertano, dove il vitigno coltivato è l’Asprinio o l’Uva Fragola, mentre i tutori sono pioppi alti fino a 15 metri.
Mentre i Greci, le cui tecniche di coltivazione si erano già affinate nella Madre Patria, in Italia utilizzarono sostegni morti (pali di legno), gli Etruschi coltivarono le loro viti legandole ad alberi vivi (viti maritate). La tecnica di coltivazione della vite è ben documentata archeologicamente e si è mantenuta col passare dei secoli. Questo sistema di coltivazione è raffigurato in numerosi dipinti ed anfore. La piantata è generalmente sistemata lungo il confine di un appezzamento di terreno. La sistemazione della piantata ai margini dei campi comporta il vantaggio di non intralciare la coltivazione dell’intero appezzamento. Anche in questo caso la vite viene posizionata ai piedi di ogni albero tutore, con la variante che, nello spazio tra un albero e un altro, vengono sistemate altre viti.
L’utilizzo della vite maritata nei secoli non va inteso esclusivamente come un modello di coltivazione della vite, ma anche come un esempio di consociazione produttiva. Infatti un vigneto di tal genere, oltre a produrre uve, forniva foglie da utilizzare come foraggio e legna da ardere proveniente dalle potature dei tutori, nonché materiale per legare le viti e per l’intreccio di rivestimenti per damigiane, cesti e contenitori vari. La conformazione dei filari, poi, produceva un buon effetto frangivento nei confronti delle colture erbacee, impiantate tra i filari stessi. Diventava, quindi, determinante la scelta del tutore vivo, il quale non soltanto doveva sostenere la vite, ma non doveva danneggiarla producendo eccessiva ombra, né invadere col proprio apparato radicale quello della vite. Il tutore era più conveniente se aveva lunga vita, non era portatore di agenti patogeni e poteva dare reddito aggiuntivo. È stato quindi l’uomo che ha effettuato una selezione, individuando quegli alberi che meglio si confacevano allo scopo. Insieme all’acero campestre e l’olmo è il pioppo il tutore più diffuso, citato fin dall’antichità.  Questo paesaggio ha sempre colpito i viaggiatori del Gran Tour del Settecento. Scrive Goethe nel suo Viaggio in Italia: “Finalmente raggiungemmo la pianura di Capua…. Nel pomeriggio ci si aprì innanzi una bella campagna tutta in piano…. I pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti…. Le viti sono d’un vigore e d’un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo”.

Nell’agro aversano, caratteristico esempio di viti maritate è il vitigno Asprinio. Si tratta di un discendente dalla Vitis vinifera subsp. sylvestris, domesticata proprio dagli Etruschi e sostenute da filari di pioppo. L’altezza media si aggira intorno ai 10 – 15 m. Questo tipo di coltivazione è attualmente diffuso nell’area corrispondente alle tre province di Napoli, Benevento e Caserta. La varietà di vite Asprinio bianco presenta grappoli di forma conico-piramidale, con acini bianchi arrotondati. È uno dei pochi vitigni che non necessita dell’innesto su viti americane poiché è immune alle infestazioni di fillossera. È prevalentemente coltivato per la produzione dell’omonimo vino DOC Asprinio, che vinificato in purezza, dà origine anche ad un ottimo vino spumante abbastanza tipico e apprezzato.  

La stessa configurazione di piantata la troviamo maggiormente presente nell’agro capuano di cui Marcianise fa parte. Qui, però, il vitigno dominante è quello dell’Uva Fragola. Si tratta di una varietà di uva, da tavola e da vino, derivate dalla Vitis labrusca, specie di origine nordamericana. Fu introdotta in Italia intorno al 1825. Dalla sua vinificazione si ottiene un prodotto con bassa gradazione alcoolica, ma comunque gradevole e stabile per almeno un anno. Si raccoglie in ottobre quando il picciolo assume una colorazione rossa e si stacca facilmente dal tralcio. L’uva fragola, che nasce dall’incrocio di uva americana ed europea, è molto resistente alle malattie, sopporta bene il freddo, ma dà vini poco pregiati.  La fioritura avviene in maggio. Il grappolo è medio, a chicchi ravvicinati. Acino medio-grosso, rosso-nero (giallo chiaro nella varietà Bianca), pruinoso, tondo, profumatissimo (simile alla fragola da cui prende il nome).

Chi, come il sottoscritto, ha avuto il piacere di assistere alla raccolta dell’uva fragola, ricorderà certamente che proprio in questo periodo (metà ottobre), le famiglie concentravano le forze per vendemmiare (“velegnà”). Si trattava di un vero e proprio giorno di festa che conciliava il momento lavorativo con quello di convivialità che si consumava durante e dopo la raccolta. I vendemmiatori si arrampicavano sulle tipiche scale a pioli (lunghe e strette con circa 16 appoggi), costruite apposta calcolando la distanza tra il ginocchio e la caviglia per uno stabile incastro della gamba, e con le mani libere raccoglievano i grappoli per riporli nella “fèscina”. Quest’ultima era una cesta di vimini con la punta a ferro adatta a far sì che calandola con la fune, una volta riempita, si potesse incastrare nel terreno senza far cadere i grappoli raccolti.  Il vendemmiatore appendeva alla spalla la “fescina” il cui manico era munito da un uncino di legno. Sotto i filari d’uva (“tennecchia”), si posizionavano dei lenzuoli che servivano a recuperare tutti quegli acini d’uva che inevitabilmente cadevano dagli alberi durante la vendemmia. Una curiosità riguarda il detto: “‘A primma fescina chien ‘e chiaccuni”. In buona sostanza si tratta di una espressione usata per dire che si è sostanzialmente perso tempo pur avendo lavorato. I “chiaccuni”, infatti, sono le foglie d’uva che spesso venivano colte assieme ai grappoli. Quando la “fescina” veniva riempita più da foglie che da uva allora voleva dire che il lavoro non era stato proficuo. Di solito questo accadeva all’inizio della raccolta (“‘a primma fescina”) quando i vendemmiatori non avevano ancora preso la mano e quindi tendevano a dissipare energie.
Tutto il raccolto veniva adagiato in grandi ceste di vimini che avevano due manici ai lati. Una volta riempiti i cesti grandi questi venivano di volta in volta svuotati in una botte precedentemente posizionata sopra al carro (“traìno”). La giornata si concludeva nei cortili delle case rurali dove si procedeva ad una prima premitura dei grappoli. Nei giorni successivi l’uva pigiata si sistemava nel torchio (“menacciaro”) e veniva definitivamente pressata per ricavarne quanto più succo possibile. Alcuni grappoli (“pigne”) salvati dalla premitura venivano consumati come frutta nei giorni seguenti alla vendemmia, mentre ai bambini veniva fatto assaggiare, a piccole dosi perché trattasi di un potente lassativo, il dolcissimo succo d’uva (“musto”) che non aveva ancora iniziato a fermentare. Nelle settimane successive alla vendemmia ed alla premitura, nelle cantine delle abitazioni, il prodotto veniva trattato fino a completarne la procedura di vinificazione e a San Martino (l’11 novembre), quando secondo il detto popolare “ogni musto addiventa vino”, il “Nettare degli Dei” era servito a tavola e bevuto. Quest’ultimo veniva di solito mischiato alla gassosa, soprattutto quando la resa non era stata qualitativamente ottimale, trasformando il vino in una vera e propria bibita servita negli “ammeloni”, le tipiche brocche in terracotta col becco bianco.

Ultimamente ho fatto un giro per le campagne tra Marcianise e Capodrise e mi sono reso conto che queste caratteristiche viti oramai si contano sulle dita di una mano. Si tratta di una tradizione nostrana che ha attraversato generazioni di marcianisani nel passato e che va assolutamente salvata e riproposta a quelle nuove affinché questo patrimonio umano non vada definitivamente disperso.

[Fonti documentarie: “La vite maritata in Campania” di Raffaele Buono, Gioacchino Vallariello – 2003 – Orto Botanico di Napoli, Università degli Studi di Napoli Federico II]

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