Faticatori e sfaticati

lavoratori_canapa_1910Per mio nonno, ma soprattutto per mio padre, esistevano solamente due categorie di uomini: i “faticatori” e gli “sfaticati”, ed in base a questa classificazione pesava la serietà delle persone. Alla prima categoria appartenevano quelli che si ammazzavano di fatica, quelli che dopo aver dedicato buona parte della giornata al lavoro ordinario, quello ufficiale, tornavano a casa e cominciavano da capo. La giornata finiva quando il giorno volgeva al tramonto, ed anche oltre, quando l’assenza della luce solare impediva loro di continuare a dedicarsi alle faccende domestiche. Si trattava di gente umile che dedicava l’intera propria esistenza a costruire un futuro solido per se stessi e garantire il benessere alla propria famiglia, a partire dai figli. Persone fin da piccole abituate a travagliare, ad imparare più di un mestiere in grado di dar loro una possibilità in più, qualora le vicende della vita ne avessero presentato la necessità. Va da sé che per miei avi i “faticatori” erano persone oneste ed abituate a lavorare anche più del dovuto pur di campare secondo le regole del vivere civile. Uomini e donne che godevano del rispetto della comunità, autorevoli, leali e al di sopra di ogni sospetto.
Alla categoria degli “sfaticati”, invece, appartenevano tutti coloro che amavano vivere alla giornata senza troppo preoccuparsi del proprio futuro, né di quello della loro eventuale famiglia. Persone che da ragazzi preferivano perder tempo fuori ai bar o come si diceva all’epoca ad “ammaccare le vasule”. Non avendo studiato né imparato alcun mestiere, si presentavano in tarda età al mercato del lavoro come semplici manovali senza né arte né parte oppure ad elemosinare uno stipendio al potente di turno. Questo modo irresponsabile di affrontare la vita si rifletteva poi anche sui figli che ereditavano la trasandatezza dei loro genitori aggravando ancor più la propria condizione esistenziale. E’ inutile dire che essere etichettato come uno “sfaticato” significava essere messo al bando della società perché considerato alla stregua di un delinquente. Anzi il confine era considerato così labile che sfaticato era usato come sinonimo addirittura di ladro.
Per mio nonno, e per la civiltà contadina in cui affondava la sua educazione, la disoccupazione non esisteva e qualora la fame diventava davvero nera, come accadde prima e dopo le due guerre mondiali, allora si riempiva la valigia di cartone con quattro panni e si partiva a cercar lavoro alla volta dell’America, dell’Australia, dell’Argentina, della Svizzera, della Germania, del Belgio o della Gran Bretagna. La dignità dell’uomo veniva per prima e gli anziani erano considerati dei saggi a cui è dovuto il massimo del rispetto. Se un bimbo o un ragazzo si comportava male, un adulto, anche se sconosciuto, si sentiva in dovere di redarguirlo ed il genitore eventualmente accondiscendeva e ne rafforzava l’ammonimento.
Oggi la scala di valori sociali si è perfettamente rovesciata. Quelli che erano definiti “faticatori” sono etichettati come “fessi” e gli “sfaticati” si chiamano “buoni”. Questi ultimi sono il modello a cui si propende sin dall’infanzia e a loro si insegna ad ottenere il massimo risultato facendo il minimo sforzo. Il successo a tutti i costi è visto come massima aspirazione ed il suo raggiungimento può passare anche a discapito del benessere degli altri. I “buoni” sono quelli che raggiungono fama e ricchezza anche se calpestano la dignità degli altri, i “fessi”. Inutile parlare degli anziani, considerati come degli interdetti o tuttalpiù delle inutilità sociali.
Rimpiangere un assetto sociale come quello del recente passato non significa affatto rifiutare il progresso. Una società che si evolve deve propendere verso il miglioramento generale dello status quo a partire dalla sua stessa organizzazione. Il progresso ed il conseguente benessere economico attuale non può giustificare lo scompaginamento del sistema di valori e la cancellazione di un equilibrio sociale che presentava elementi di evoluzione in molte parti assimilabili a diverse società emancipate del Nord Europa. Un sistema di controllo sociale e di rispetto dell’individuo che per affinarsi aveva dovuto fare i conti con secoli e secoli di perfezionamento e che la società moderna ha spazzato via drammaticamente.
Rimarrebbe confuso mio nonno se si trovasse a vivere nell’odierna realtà e confesso che anch’io mi sento spesso disorientato. Una volta sarei stato disposto a fare pazzie pur di difendere la mia idealità, oggi mi accontento di mantenere la barra dritta e navigare zigzagando nella quotidiana tempesta delle mediocrità. Quando fortunosamente ho il piacere di incontrare persone serie e leali mi ci attacco morbosamente cercando di conquistare e meritare la loro amicizia. Non sono rassegnato perché di indole sono ottimista e rifiuto il catastrofismo perché sono stato abituato sin da piccolo a lottare. Sono convinto che niente sia definitivo e ciò che oggi ci appare come una logica risolutiva ed inevitabile può essere improvvisamente e clamorosamente ribaltato. La disonestà, il pressapochismo, la mediocrità, la furbizia sono contagiosi al pari dell’onestà, la lealtà e la coscienziosità. Basta crederci e non arrendersi, mai.

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