Anche Goethe amava Marcianise

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Mi fanno ridere quelli che si sorprendono a vedere le nostre campagne come piccole e medie discariche di monnezza. In questo caso, come in tutti gli eventi, è l’economia che muove tutto. No, non sto pensando al traffico dei rifiuti o roba simile. Sto dicendo semplicemente che quando la terra non è più considerata un bene prezioso, e cioè come la ragione principale della tua sopravvivenza, allora è chiaro che per te, come per chi ci porta spazzatura, non è altro che uno spazio qualsiasi dove appoggiare un po’ di rifiuti in attesa che qualcuno (chi?) li vada a togliere.

Pensate solo per un attimo, facendo lavorare la vostra fantasia, se qualcuno avesse provato 30-40 anni fa a depositare il suo sacchetto di spazzatura su un terreno di un contadino che coltivava tabacco, grano, granturco e compagnia bella. Sarebbe stato come se qualcuno ti fosse venuto a sputare nel piatto di maccheroni imbottiti in una qualunque domenica di festa. Sarebbe stata, insomma, una violenza inverosimile, ed infatti non accadeva. Le campagne erano pulite e profumate perché Marcianise significava “lavoro agricolo”, fonte di sostentamento unica e vera. Sterminati terreni fertilissimi in cui l’acqua si attingeva da tutte le parti: dalle limpide “Ripe di Santa Venere”, dove si metteva a macerare anche la canapa, o direttamente dal terreno, dove bastava fare un diavolo di buco per vedersi sgorgare a fiotti il liquido trasparente che serviva ad abbeverare piante e animali.
Anche il paesaggio era straordinario, lo stesso che incantò Goethe nel suo Gran Tour italiano. Ecco cosa scrisse quando ammirò le nostre campagne: “Solo in questo paese si può capire cosa sia la vegetazione e perché si coltivino i campi. Il lino è già presso a fiorire, il grano è alto una spanna e mezza. La regione intorno a Caserta è tutta pianeggiante, i campi sono lavorati con nitore uniforme, simili ad aiuole di giardini. Ovunque s’innalzano pioppi cui si allaccia la vite, che pur ombreggiando il suolo non impedisce la messe più rigogliosa. Che mai avverrà al prorompere della primavera!”.
Questo splendido ritratto è perfetto per descrivere cosa erano le nostre campagne, lo stesso
paesaggio ricordato e vissuto dai nostri nonni e padri e, prima di loro, da generazioni e generazioni. Ma la terra era stata per essi la fonte unica di sopravvivenza, un bene indispensabile ed irrinunciabile. Se qualcuno crede ancora di recuperare le campagne ed il paesaggio tipico nostrano muova il sedere e pensi che non basteranno bonifiche e fesserie varie: l’unica soluzione è quella di riconvertire le campagne da discariche a luoghi di produzione agricola. Per fare ciò basta svegliare il contadino che si cela dietro la patina di uomo moderno, in poche parole basta far trasalire l’uomo saggio e sperare di far addormentare per sempre quello imbecille.

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