L’arte di “zi’ ciccio ‘o scarparo”

Come si fa a passare davanti alla bottega di “zi’ ciccio“, il ciabattino di via Duomo, e non provare il desiderio di entrare ed ammirare l’arte del calzolaio, dello “scarparo” o, se vogliamo chiamarlo come Eduardo De Filippo: “o’ solachianiello”. Mestiere antico e forse un pò datato, ma non per “zi ciccio”, al secolo Francesco Mezzacapo che di lavoro ne ha forse pure troppo per sua stessa ammissione. Come non dargli ragione se si guarda alle centinaia di scarpe disseminate in tutta la bottega, nelle vetrinette e appoggiate alla meno peggio sui banchi e gli scaffali. Un mestiere quasi scomparso in città, per via del consumismo o la scarsa qualità delle scarpe prodotte oggi, che rende non conveniente ripararle ed invoglia ad un nuovo acquisto. La crisi economica, ma anche la parsimonia che contraddistingue buona parte del popolo marcianisano, evidentemente fa sì che professioni come quella del calzolaio conservino oltre al fascino dell’antico anche la loro attuale convenienza.
“Ho iniziato questo mestiere quando avevo 15 anni – ci spiega il signor Francesco – oggi ne ho 88 e la bottega a via Duomo ce l’ho da 45 anni”. Una vita passata, con orgoglio, ad aggiustare suole e tacchi che hanno permesso a Francesco di sostenere un’intera famiglia: una moglie (scomparsa solo 4 anni fa) e ben 7 figli. In passato “zi ciccio” è stato un vero e proprio artigiano delle scarpe che creava ex novo, su misura. Oggi si limita a renderle riutilizzabili e per lui rimane la soddisfazione di vederle di nuovo ai piedi dei sui clienti.
Alle pareti decine di santini, crocifissi e cartoline appiccicate, fanno da parete all’unica stanza del locale, buia ed illuminata solo da un luce che punta direttamente sul banco da lavoro. Entrando si è avvolti da un odore forte di cromatina mista al fumo delle sigarette: “Fumo poco, ed è l’unico vizio che mi concedo oltre al lavoro”. Potrebbe smettere di lavorare il signor Francesco e godersi la pensione, ma si vede che quel mestiere che lo ha accompagnato tutta la vita gli permette di avere ancora un ruolo nella società.
“Per un periodo ho lavorato anche ad Aversa, molti anni fa. Oggi sono da solo in bottega, nessun ragazzo vuole imparare questo mestiere che resta comunque redditizio. Siamo rimasti in due o tre oramai a Marcianise”.
Mentre racconta continua a lavorare con le puntinelle tra le labbra ed usa il martellino con la precisione di chi conosce a memoria la propria arte. Le sue parole innescano, inevitabilmente, un tuffo nei ricordi della mia infanzia quando su commissione di mio padre o di mio nonno paterno, andavo a ritirare le scarpe dallo scarparo e quell’odore forte di cromatina mi ritorna di nuovo dolcemente familiare.

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